Coronavirus

L’Italia entra nella “fase due”
tra incognite e speranze

di marco lampasona | 2 maggio 2020 | pubblicato in Attualità
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Il virus viaggia a diverse velocità all’interno delle regioni. Passiamo dai circa 10 casi ogni 10mila abitanti nelle Isole e nelle regioni del sud, fino ad arrivare ai circa 70 casi in alcune regioni del nord. Ogni 100 tamponi passiamo dai 21 positivi in Lombardia ai 3-4 in molte altre regioni, prevalentemente concentrate nel mezzogiorno. E potremmo continuare con questo andamento divergente territorialmente, ma con un unico trend positivo, con tutti una serie di indicatori cosi come fotografato dal rapporto Innogea (qui il report completo).

E se la strategia di contenimento adottata è stata unica con leggere differenze tra le regioni, diversa dovrebbe invece essere quella della ripresa. La partita ora si sposta sul campo sociale ed economico prestando la massima attenzione ad evitare ricadute sanitarie che porterebbero ad un collasso del sistema. La ripartenza presuppone in ogni caso l’assunzione di rischi più o meno elevati. Impensabile ripartire con un rischio prossimo allo zero; il nostro sistema produttivo, a quel punto, sarebbe già bello che morto e con esso la società nella sua interezza.

Quanto siamo disposti a rischiare per fare ripartire il Paese? La risposta a questa domanda dovrebbe essere analitica e costituire la base da cui si dovrebbe pianificare la ripresa. Entrando nel merito della Fase 2 vorrei proporre alcune considerazioni; in particolare, la prima ha a che fare con il contenimento del virus negli ambienti di lavoro. Non mi sembra condivisibile, infatti, il rientro delle persone senza uno screening preventivo. Ci esponiamo ad un rischio molto grande. Potrebbe essere interessante ragionare su una suddivisione dell’Italia in aree in funzione del rischio residuo che ognuna di essa presenta. Le regioni stanno provando ad andare in ordine sparso perché non c’è al momento un algoritmo che definisce il rischio residuo. Quest’ultimo potrebbe essere calcolato sulla base di parametri legati da un lato alla presenza del virus e dall’altro alla capacità sanitaria di risposta del sistema nell’area di riferimento.

Sarebbe interessante anche cambiare il paradigma ad oggi utilizzato per definire i settori commerciali che possono riaprire. Dovrebbero ripartire, dal mio personale punto di vista, le imprese in condizione di rispettare determinati requisiti, non chi viene individuato dall’alto di una legge perché appartenente ad un settore in teoria meno rischioso. È una differenza sottile ma spingerebbe tutto il sistema produttivo a innovare e a portarsi avanti nella direzione della sicurezza. I trend dell’emergenza sanitaria sono positivi da almeno due settimane, quelli economici altamente negativi.

Siamo di fronte ad una clessidra con le due aree, economica e sanitaria, intimamente collegate e correlate inversamente. Bisogna trovare il giusto mix per riempire l’area economica e svuotare quella sanitaria. Per quanto ci riguarda continueremo a monitorare l’andamento dell’emergenza nelle prossime settimane cercando di restituirvi puntualmente cosa succede nelle varie regioni.

 

Marco Lampasona è presidente di Innogea, azienda palermitana che opera dal 2004 nel campo della consulenza direzionale supportando oltre 120 strutture sanitarie nei percorsi di miglioramento degli outcome clinici e delle performance gestionali.

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