Fondata dall'attore che le ha dato il nome colpito dal Parkinson nel 1988

La Fondazione Michael J. Fox stanzia 40 mln dollari per trovare cura Parkinson

di oggisalute | 23 giugno 2012 | pubblicato in Ricerca
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Parte il Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), il primo studio dedicato esclusivamente all’identificazione dei biomarcatori associati a questa malattia, ossia quelle sostanze, processi o caratteristiche dell’organismo, associabili al rischio e alla progressione del Parkinson. Ad oggi, nessuno di questi marcatori è ancora stato scoperto e, di conseguenza, non esistono farmaci in grado di rallentare o arrestare il decorso della malattia.

Per questo la ricerca americana rappresenta una svolta epocale per affrontare il disturbo neurologico che in Italia colpisce più di 200.000 persone, 5 milioni in tutto il mondo. A finanziarla, la Michael J.Fox Foundation, la più grande fondazione non profit al mondo, interamente dedicata alla ricerca di una cura del morbo, fondata dall’attore che le ha dato il nome, colpito dal Parkinson nel 1988.

La conoscenza di questi biomarcatori – sostengono gli esperti della Michel J.Fox Foundation – consentirà di prevedere, diagnosticare e monitorare la malattia, ma anche di determinare quali cure possono funzionare e quali no. ”Si tratta di un approccio rivoluzionario – spiega Maurizio Facheris, Direttore associato dei Programmi di ricerca della Fondazione-: attualmente, i pazienti affetti da malattia di Parkinson possono accedere solo a trattamenti che alleviano provvisoriamente i sintomi. Trovando un biomarcatore, invece, i ricercatori avranno uno strumento di importanza vitale nella ricerca di terapie in grado di modificare realmente il decorso della malattia”.

Il progetto prevede una durata di 5 anni e la Fondazione stanzierà in questo arco di tempo 40 milioni di dollari: il contributo iniziale è arrivato da Lily Safra, storica amica e membro della commissione della Fondazione, nonchè da partner industriali come la Pfizer e la GE Healthcare.

Anche l’Italia fa parte dei Paesi coinvolti nel progetto di ricerca, guidata dal Centro per le malattie neurodegenerative (Cemand) dell’Università di Salerno. ”Con i biomarcatori per la progressione della malattia di Parkinson nelle nostre mani, sara’ possibile stabilire degli obiettivi per le sperimentazioni cliniche per i trattamenti”, afferma Paolo Barone, responsabile del Centro Parkinson della regione Campania e a capo del progetto Cemand dell’Universita’ di Salerno: ”Senza dati concreti come un biomarcatore, e’ molto piu’ difficile dimostrare se una terapia candidata riesce, o fallisce, nel rallentare il decorso della malattia nei pazienti affetti da Parkinson, al contrario del semplice trattamento dei sintomi della malattia”. Lo studio, coordinato dal responsabile della ricerca Kenneth L, Marek, MD, Presidente e Senior Scientist dell’Istituto per le Malattie Neurodegenerative di New Haven (Connecticut, USA), sarà condotto in 18 centri tra Stati Uniti ed Europa, e seguirà un totale di 600 volontari, di cui 400 saranno pazienti affetti da Parkinson.

L ‘arruolamento dei partecipanti è già iniziato in 6 centri, ma sarà attivato da tutti i rimanenti entro la fine dell’anno. Trattandosi di uno studio basato solo e unicamente sull’osservazione, non testerà alcun farmaco sperimentale: i partecipanti si limiteranno a fornire una grande quantità di dati e di campioni biologici, che saranno utilizzati nella ricerca dei biomarcatori. Infine, lo studio sarà ”open source”, ossia i dati e i campioni raccolti saranno messi a disposizione di ricercatori qualificati esterni all’indagine, al fine di sviluppare piu’ rapidamente i risultati.

Attualmente, l’introduzione sul mercato di una nuova terapia per il sistema nervoso centrale richiede un investimento pari a oltre 1 miliardo di dollari e può impiegare più di 9 anni. La scoperta di biomarcatori potrebbe abbattere drasticamente entrambe le cifre, rendendo più economica e rapida l’immissione di nuove cure.

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