Alessandro Farini

Il sole è amico o nemico dei nostri occhi?
Ecco come ridurre i rischi

di alessandro farini | 15 maggio 2017 | pubblicato in
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Tutti i giorni i nostri occhi sono raggiunti da diversi tipi di radiazione elettromagnetica che può essere emessa da sorgenti naturali (primo tra tutti il sole) e da sorgenti artificiali (che possono essere le lampade, ma anche i tablet e gli smartphone). Passare del tempo all’aria aperta sotto i raggi del sole ha sicuramente, come è già stato analizzato da Alessandro Fossetti in un precedente articolo, una valenza estremamente positiva che può aiutare la salute dei nostri occhi. Questo però non elimina il fatto che si debba fare attenzione, poiché un’esposizione indiscriminata potrebbe portare più danni che benefici. Lo spettro elettromagnetico è formato da radiazioni di diversa lunghezza d’onda, e la luce visibile ne è solo una piccola parte: si tratta di quella radiazione che ha una lunghezza d’onda compresa tra i 380 e i 780 nanometri (che si abbrevia con nm e che è uguale a un milionesimo di millimetro). Quando la luce del sole ci raggiunge arriva a noi, oltre alla luce visibile, sicuramente anche radiazione ultravioletta (UV) e infrarossa (IR).

Per il danneggiamento del nostro occhio è particolarmente importante la radiazione ultravioletta che è maggiormente energetica. In funzione degli effetti biologici, si è soliti dividere la radiazione ultravioletta in tre fasce, UV-A, UV-B, UV-C. La radiazione UV-C è quella più energetica, e potrebbe essere assai dannosa per il nostro occhio nonché per la nostra pelle, ma fortunatamente viene quasi interamente bloccata dalla nostra atmosfera. Infatti la radiazione UV-C è assorbita, con un picco intorno ai 150 nm, dalle molecole di O2 presente nell’atmosfera, che si scindono in due atomi di ossigeno che possono ricombinarsi con altre molecole dando luogo all’ozono O3. L’ozono è la seconda difesa fornita dall’atmosfera ai nostri occhi, visto che può assorbire sia radiazioni UV-C più “lunghe” sia parte dello spettro UV-B, con un picco massimo di assorbimento intorno ai 260 nm. Per questa ragione la radiazione ultravioletta che arriva sulla terra ha sempre lunghezze d’onda superiori ai 280 nm.

Uno dei motivi per cui si è creato tanto allarme attorno alla produzione del ben noto “buco dell’ozono”, cioè alla riduzione dell’ozono presente nell’atmosfera ad altezze comprese tra 15 e 35 Km, è proprio il fatto che la radiazione UV-B potrebbe in questo modo giungere fino a noi in quantità assai superiori al dovuto. La radiazione UV-A (che è quella emessa dalle lampade abbronzanti così denominate) è quella più vicina alla parte visibile dello spettro elettromagnetico. Le tre fasce di radiazione ultravioletta non sono assorbite allo stesso modo dai vari mezzi oculari.

La radiazione UV-B viene assorbita quasi per intero dalla cornea. È per questo motivo che la radiazione UV-B si può rendere colpevole di cheratiti e congiuntiviti. La radiazione UV-A invece, pur essendo la meno energetica tra le tre, viene assorbita in grande parte dal cristallino (ad esempio la radiazione a 360 nm viene assorbita per il 52% dal cristallino). Per questo motivo tale radiazione può rendersi colpevole di quello che viene chiamato lo “stress fotoossidativo”, che provoca cataratte di tipo corticale, assai pericolose anche perché, mentre la congiuntivite è un effetto di cui ci si accorge abbastanza presto, la cataratta agisce su tempi lunghi e in maniera più difficile da riscontrare. In pratica, quando si sta troppo tempo davanti a una sorgente di UV-B, quale potrebbe essere un saldatore, il nostro occhio reagisce in tempi molto rapidi con un forte bruciore che, molto probabilmente, ci farà evitare un comportamento poco giudizioso.

Ma ricevere una quantità eccessiva di UV-A potrebbe portare a un peggioramento nella trasparenza del nostro cristallino ed anche a problemi retinici, come testimoniano le ricerche condotte da Cruickshanks e dai suoi collaboratori, ma lo potrebbe fare in maniera più graduale e quindi più subdola. Mentre nessuno salda per due volte di fila senza protezione se la prima volta lo ha condotto al pronto soccorso oftalmico, è possibile stare un’intera estate senza protezione perché “a me non dà fastidio”, ma questo non è un comportamento corretto.

Chiunque può rendersi conto che il rischio legato all’ultravioletto dipende da molti fattori assai diversi tra loro. Un fattore particolarmente significativo è l’altitudine: salire di 300 metri corrisponde ad un aumento del 4% nella radiazione ultravioletta. È anche noto a tutti, almeno intuitivamente, che la radiazione ultravioletta è maggiormente presente nella stagione estiva e che le ore in cui colpisce di più sono quelle comprese tra le 10 e le 14 (secondo l’ora solare). Assai rilevante è anche il terreno su cui ci si viene a trovare. Ad esempio la neve ha una grande capacità di riflettere l’ultravioletto ed aumenta sensibilmente il rischio correlato. Alcuni di questi fattori, insieme alla presenza o meno di nubi in grado di assorbire parte della radiazione ultravioletta, servono per calcolare il cosiddetto indice UV. Si tratta di un numero, alla nostre latitudini generalmente compreso tra 1 e 10, che misura l’effetto della radiazione ultravioletta sulla pelle umana e conseguentemente anche sull’occhio.

Questo parametro ha acquisito sempre più importanza perché ci permette di sapere quali giornate possono essere più rischiose e ci richiedono quindi una maggiore protezione. Per questa ragione, soprattutto durante la stagione estiva, è possibile trovare le previsioni per l’indice UV su molti giornali, televisioni e programmi radio. Comunque è sempre possibile trovare il valore previsto tramite il web, digitando semplicemente su google “previsioni indice UV”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prescritto varie misure protettive in funzione dell’indice UV che possono andare dal dover indossare cappello e occhiali da sole fino all’indicazione di restare in casa. Queste indicazioni non sono uguali per tutti: le persone si distinguono in base al fototipo. Una persona di fototipo 1, che corrisponde a una carnagione assai chiara, dovrà proteggersi maggiormente di un fototipo 4, tipico di quei nostri amici che si abbronzano subito senza bruciarsi quasi mai.

Gli smartphone, presenza ormai quasi indispensabile nella nostra vita quotidiana, hanno affrontato anche questa problematica. Ad esempio esiste un’applicazione, denominata Happysun e che è sviluppata per IOs e Android da un’azienda italiana (non a caso siamo il paese del sole), che misura la nostra pelle e, tenendo conto della posizione geografica in cui ci troviamo e del terreno su cui siamo, ci fornisce un’indicazione su quanto tempo possiamo restare esposti al sole. Tutte queste indicazioni, insieme ad altre considerazioni che potremo fare in un successivo articolo dedicato specificatamente agli occhiali da sole e all’importanza della radiazione solare per il nostro ciclo circadiano, ci permettono di vivere all’aria aperta senza correre rischi, ma anzi traendone tutti i possibili benefici.

Alessandro Farini è tecnologo INO-CNR, docente presso IRSOO e presso il CdLOO dell’Università degli studi di Firenze.

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