La ricerca

“Con le crisi epilettiche nessun
danno irreversibile al cervello”

di oggisalute | 10 febbraio 2021 | pubblicato in Attualità
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Le crisi epilettiche non sembrano danneggiare irreversibilmente il cervello. E’ quanto sostiene un team internazionale di ricercatori – tra cui scienziati dell’Unità operativa di Epilettologia clinica e sperimentale della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta di Milano – in un articolo pubblicato su ‘Neuropathology and Applied Neurobiology’. Lo studio – riferisce una nota del Besta diffusa in occasione della Giornata mondiale dell’epilessia 2021, che si celebra oggi – è stato finanziato dal ministero della Salute, dall’associazione Paolo Zorzi per le neuroscienze e da un grant Europeo Horizon2020.

Negli anni – ricordano dal Besta – diversi studi hanno cercato di rispondere alla domanda se le crisi epilettiche possano causare danni cerebrali. Se da un lato diversi esperimenti sia su roditori sia sull’uomo hanno messo in evidenza che uno stato epilettico generalizzato convulsivo (crisi ripetute per periodi superiori a 20 minuti) produce alterazioni strutturali e durature del cervello, dall’altro non è chiaro se le crisi focali (che interessano una porzione limitata della corteccia cerebrale) o una condizione di stato epilettico focale non convulsivo determinino alterazioni neuropatologiche. Dare una risposta a questi dubbi – si sottolinea – è estremamente importante per pianificare la tempestività dell’intervento terapeutico, ma anche per informare in modo corretto i pazienti.

I ricercatori hanno utilizzato un paradigma sperimentale particolare per analizzare l’effetto delle crisi focali sul cervello. Hanno sviluppato un modello di stato epilettico focale non convulsivo prolungato (superiore a 4 ore) nella cavia e hanno monitorato l’attività cerebrale utilizzando l’elettroencefalogramma con videoregistrazione, una metodica usata anche in clinica. Lo stato epilettico focale non convulsivo è stato indotto da un’iniezione localizzata intracerebrale di un agente citotossico (acido cainico); le modifiche neuropatologiche sono state analizzate sia nella sede di iniezione dell’acido cainico che in regioni a essa distanti. Le crisi epilettiche durante lo stato epilettico focale sono generate nella regione in cui agisce l’agente tossico e propagano in altre regioni cerebrali lontane. In questo modello è quindi possibile verificare l’insorgenza di alterazioni neuropatologiche in regioni remote che generano attività epilettiforme per diverse ore.

Ciò che è stato osservato è che le crisi registrate durante lo stato epilettico focale non convulsivo sono in grado di peggiorare il danno nella regione iniettata con il cainico. Nelle regioni lontane dall’iniezione, invece, non sono state osservate alterazioni. Questi dati suggeriscono che le crisi durante lo stato epilettico focale contribuiscono a generare danni irreversibili nella regione in cui agisce l’agente eccitotossico, ma dimostrano anche che un’attività epilettica sostenuta registrata in regioni lontane dall’azione dell’agente patogeno non altera la struttura del cervello.

“Quanto scoperto dimostra che, in questo modello sperimentale, i danni al cervello rimangono circoscritti all’area nella quale agisce un fattore patogeno che dà origine alle crisi epilettiche, in questo caso l’acido cainico – afferma Marco de Curtis, direttore dell’Unità operativa di Epilettologia clinica e sperimentale del Besta – mentre al di fuori di questa regione l’attività epilettica di per sé non genera un danno permanente valutato secondo parametri neuropatologici standard”.

“Nel modello che abbiamo sviluppato – aggiunge – abbiamo osservato quindi che le crisi, di per loro, non determinano un danno strutturale. Ciò non significa che non debbano essere trattate, tutt’altro: contenere ed eliminare le crisi è fondamentale per curare le persone che soffrono di epilessia. I nostri dati, però – conclude de Curtis – permettono di tranquillizzare i pazienti, e i neurologi, rispetto al rischio che le crisi epilettiche in una forma di epilessia stabilizzata, non evolutiva, possano danneggiare il cervello”.

(Fonte: Adnkronos)

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