La parola al nutrizionista

Intolleranza e reattività ai latticini
non sono la stessa cosa, ecco perché

di francesco garritano | 22 novembre 2017 | pubblicato in Attualità
latte

La maggior parte dei pazienti ai quali viene diagnosticata una reattività alla categoria dei latticini tramite il Recaller test, confonde il termine con la carenza enzimatica di lattasi, che determina appunto la tipica intolleranza al lattosio, di cui circa il 75% degli italiani soffre.

Intolleranza enzimatica al lattosio

Il latte è un alimento costituito da macronutrienti differenti, tra i quali zuccheri e proteine, che reagiscono in modo diverso con l’organismo. Lo zucchero più presente è il lattosio, costituito da glucosio e galattosio, che dopo essere stato ingerito arriva nel duodeno dove trova l’enzima lattasi che lo scinde negli zuccheri detti prima, aventi dimensioni minori. Quando si parla di intolleranza al lattosio si vuole esprimere la carenza dell’enzima lattasi, per cui il lattosio non viene digerito e rimane nel lume intestinale, dove la flora batterica lo fermenta richiamando acqua e producendo gas (idrogeno, anidride carbonica e metano) e acidi grassi a catena corta. Non si tratta di un fenomeno raro, poiché la lattasi compare alla ventitreesima settimana di gestazione, ma dopo lo svezzamento decresce, soprattutto se il soggetto non consuma latte, trattandosi di un enzima inducibile, ovvero presente solo in seguito all’assunzione di latte.

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Quando l’organismo è carente di lattasi si verificano alcuni sintomi quali dolori e crampi addominali, meteorismo, distensione addominale, digestione lenta, gonfiore addominale, diarrea, che insorgono dopo qualche ora dall’ingestione di alimenti che contengono lattosio. Poiché si tratta di una reazione dose-dipendente, non bisogna eliminare completamente il latte dall’alimentazione, ma è consigliabile mangiare piccole dosi di latticini, magari delattosati o stagionati, per evitare che si scatenino i sintomi descritti sopra.

Reattività ai latticini

Differente dall’intolleranza causata da carenze enzimatiche è, invece, la reattività ai latticini. Questa si verifica a causa della continua esposizione alle proteine del latte, le quali generano una risposta immunitaria mediata dalle IgG quando si oltrepassa la soglia di tolleranza. Il problema in questo caso non è lo zucchero che fermenta nell’intestino, ma la risposta che si genera nell’organismo, poiché si verifica un’infiammazione da cibo; in questo caso non si deve né eliminare completamente il latte dalla nostra dieta, né mangiarlo quotidianamente: bisognerà fare una dieta di rotazione, in cui i latticini saranno permessi inizialmente poche volte a settimana, in modo da consentire all’organismo di tollerare di nuovo quel tipo di proteine e ridurre l’infiammazione causata, poi si potranno consumare più volte, come se fosse uno svezzamento.

Come scoprire di cosa soffriamo

L’intolleranza da carenza enzimatica di lattasi viene diagnosticata tramite il test del respiro, l’H2-Breath test, effettuabile anche nel mio studio, che valuta la presenza di idrogeno nell’espirato prima e dopo la somministrazione di lattosio, facendo soffiare il paziente in una sacca. Se dopo l’ingestione di lattosio si verifica un aumento della produzione di idrogeno, significa che il lattosio è stato fermentato nell’intestino e che, quindi, si ha carenza di lattasi. Il test deve essere effettuato dopo 12 ore di digiuno, nel mese precedente non si devono assumere antibiotici, né fermenti lattici o lassativi. Inoltre, uno studio effettuato sui bambini ha dimostrato che un aumento di 0,85 cm nella circonferenza della vita durante il breath test, quindi dopo l’assunzione di lattosio, rispetto alla circonferenza della vita iniziale è un parametro utile per la diagnosi di intolleranza al lattosio in pediatria.

Per quanto riguarda la reattività alle proteine del latte, invece, il test da effettuare è il Recaller, che analizza su sangue quanto il corpo si infiamma in seguito all’assunzione di determinate categorie di alimenti, misurando due citochine infiammatorie: BAFF e PAF. Il test viene effettuato senza precise preparazioni, viene bucato il polpastrello e prelevato del sangue che verrà processato ed analizzato in laboratorio.

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Francesco Garritano, laureato dapprima in Chimica e tecnologia farmaceutica, poi in Scienze della nutrizione, è un biologo nutrizionista che esercita la sua professione in tutte le province calabresi, a Roma, a Milano, a Vicenza ed a Taranto. Ormai da tanti anni è entrato nel network dei medici di segnale, uniti dall’acronimo Gift, il quale indica i principi sui quali si basa una sana alimentazione preventiva e curativa: gradualità, individualità, flessibilità e tono muscolare.

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