Coronavirus

Covid-19 e fegato, gli effetti del virus
sulle malattie epatiche

di elisa cappello | 2 luglio 2020 | pubblicato in Attualità
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Pubblichiamo di seguito un articolo scientifico che riassume quanto discusso nel webinar “Sars-Cov-2 e fegato”, organizzato dal Grecas, Gruppo epatologico clinico associativo siciliano, che si è svolto il 30 giugno scorso.

Sebbene abbiamo imparato a conoscere come le manifestazioni cliniche più frequenti e clinicamente rilevanti della recente pandemia di Sars-Cov-2 coinvolgano prevalentemente le vie respiratorie, l’infezione da Covid-19 può accompagnarsi anche con sintomatologia a carico dell’apparato gastrointestinale (diarrea, nausea-vomito, algie addominali, disgeusia) e con alterazione della funzionalità epatica. L’incremento degli enzimi di citolisi e colestasi è stato riportato nei pazienti con infezione da Covid-19 sin dai primi studi e costantemente evidenziato soprattutto a carico dei pazienti con forme severe della malattia.

Elisa Cappello

Elisa Cappello

Le potenziali cause proposte per il danno epatico in corso di infezione da Covid-19 spaziano dall’attacco diretto degli epatociti da parte del virus (sebbene questi non esprimano alti livelli di Ace2) all’abuso di paracetamolo per il controllo della febbre, dal danno ipossico-ischemico al danno dovuto allo storm citochinico con conseguente Sirs multiorgan failure ed immune imbalance. In ogni caso, sebbene l’incremento degli indici di colestasi e citolisi sia associato in questi pazienti a più alto rischio di malattia severa, la maggior parte dei pazienti sviluppa solo un lieve incremento degli enzimi epatici (soprattutto alterazione di Ast e Alt) che si risolve gradualmente con il miglioramento clinico del paziente.

I pazienti cirrotici e con preesistenti patologie epatiche croniche potrebbero correre maggiore rischio di contrarre l’infezione da Covid-19 a causa dello stato di immunodeficit di base, sebbene alcuni studi condotti fin ora abbiano dimostrato come solo una piccola percentuale dei pazienti affetti dall’infezione Covid -19 presentassero patologie epatiche croniche sottostanti e sebbene non sia stata stabilita un’associazione significativa tra le patologie epatiche croniche di base e la severità e l’outcome dell’infezione da Covid-19 (anche se, secondo gli ultimi dati epidemiologici riportati in corso del webinar, i pazienti con cirrosi epatica che acquisiscono infezione da Sars-Cov-2 hanno maggior rischio di mortalità e scompenso epatico).

Schermata 2020-06-25 alle 17.22.06Al momento, secondo le casistiche sin qui riportate, la prevalenza di comorbilità epatica preesistente nei pazienti Covid-19 si attesta intorno al 2-11 per cento e la raccomandazione Easl-Escmid nei pazienti con epatite autoimmune suggerisce di proseguire la terapia immunosoppressiva. In pazienti con Hcc e Covid -19, invece, la decisione sul proseguimento della terapia sistemica con inibitori di tirosin-kinasi deve essere discussa caso per caso, solo nei pazienti con Covid non severa.

La chiusura degli ambulatori ospedalieri e territoriali alle visite programmate non urgenti durante il periodo di lockdown in Italia (per esempio durante la fase 1 sono state rinviate nei pazienti con cirrosi procedure come lo screening endoscopico e la sorveglianza ecografica di Hcc), se da una parte ha ridotto il rischio di infezione nella popolazione fragile, ha comunque esposto i pazienti affetti da patologie epatiche croniche ad ulteriori ragioni di fragilità e ritardo diagnostico-terapeutico legate alla difficoltà di raggiungere le strutture gli specialisti di riferimento.

Di grande aiuto in questo senso è stata la telemedicina che, dove attivata, ha contribuito a migliorare i servizi sanitari soprattutto nelle aree lontane dai centri di cura e assistenza, ridurre i tempi di attesa delle visite ambulatoriali e i ricoveri impropri e di migliorare l’adesione alle terapie. In Italia la percentuale di pazienti con cirrosi scompensata che ha continuato i controlli ospedalieri anche durante il lockdown è stata del 32 per cento mentre, per quanto riguarda il primo semestre del 2020 in Sicilia sono stati trattati 433 pazienti con antivirali ad azione diretta per infezione da Hcv con inserimento nel registro di Rete Sicilia Hcv nel mese di giugno di 136 pazienti.

Elisa Cappello, infettivologa del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Umberto I di Siracusa

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